Ramana Maharshi, la sua realizzazione di Sé e la sua accessibilità – Douglas Harding

« La realizzazione di sé non è accessibile che ai più adatti … Bisogna essere capaci di sacrificare tutto alla verità. La completa rinuncia è il criterio di questa attitudine. La Grazia divina è essenziale per la Realizzazione … Essa non è concessa che al ricercatore fervente o yogi vero, che ha fatto una dura lotta e incessante sul cammino della libertà. »


« Tutti gli uomini vedono Dio in ogni momento, ma non lo sanno … io vedo ciò che deve essere visto ….. io non vedo che ciò che gli altri vedono, niente di più. »

« Il Sé si impone sempre con la sua evidenza … Il Sé sempre presente si realizza senza sforzo. Voi siete già realizzati … Il Sé è presente nell’esperienza di ciascuno ad ogni istante. »

« Niente è più semplice che essere il Sé, non domanda né sforzo, né aiuto. »


Volete, per favore, rileggere le due serie di citazioni e per favore osservare a che punto si contraddicono in modo evidente, almeno in apparenza ?

Continuamente, leggendo gli scritti dei saggi, si incontrano questi due messaggi : la realizzazione di Sé è la cosa più semplice al mondo e la più difficile ! La liberazione è la ricompensa di un lavoro lungo, costante ed assiduo e nello stesso tempo va tutto in un altro modo : è assolutamente naturale, sempre presente, senza richiedere sforzi ! La mia identità vera si impone a me ora, con una luminosa evidenza, in tutta semplicità. Basta che osi invertire l’orientamento abituale della mia attenzione e che esamini il luogo che occupo ; e, aggiungono, questa visione non è accessibile che alle rare persone che ne sono capaci !

Ramana Maharshi non è il solo a confrontarci continuamente con questa completa contraddizione, con questo paradosso. Questa difficoltà è presente in tutte le grandi tradizioni mistiche del mondo.

Tra i contemporanei, Sri Nisargadatta Maharaj ci dice che la liberazione richiede un duro lavoro e, l’istante dopo, che noi non siamo trattenuti che da un solo ostacolo, che consiste nel pretendere che non siamo liberati.

Dobbiamo proseguire la nostra ricerca per vedere se è possibile che vi siano delle contraddizioni così evidenti e come arrivarci. Ma all’inizio osserviamo gli effetti della contraddizione sui lettori e gli uomini religiosi. Ci sono tre reazioni :

1 – La prima reazione, la più comune consiste nel non prendere sul serio che i passaggi che sembrano dirci che l’illuminazione o liberazione non è accessibile, e ignorare ciecamente gli altri passaggi, quelli che insistono sulla sua accessibilità qui e ora, che me ne creda degno o no. Per giustificare quel movimento di arretramento in presenza di testi indiscutibili, la scusa spesso addotta è l’umiltà : “ Io non sono illuminato” ; questo si dice con un tono dimesso e si dà a intendere che non sono tutti modesti ! In effetti sarebbe più onesto dire : “ Per ogni sorta di motivo sono fermamente risoluto a ignorare e perfino a negare con forza la mia illuminazione attuale e sempre presente. E, per quel che mi riguarda, credo assurde le parole del mio maestro che dicono il contrario.

2 – In certi lettori e devoti c’è una seconda reazione, che va nella direzione contraria : non prendono sul serio che gli insegnamenti che fanno risaltare il carattere immediato e evidente del Sé, e ignorano con molta leggerezza quelli che ricordano il prezzo che occorre pagare. In questo caso la scusa generalmente addotta è pressappoco questa : poiché in tutti i modi l’illuminazione è la nostra vera natura, non c’è niente da fare, niente pratiche continue, nessun lavoro spirituale. E il risultato di questa attitudine è che, anche se si ha effettivamente intravisto la propria Vera Natura, si continua a vivere nella vecchia vita, quella dell’identificazione illusoria con la nostra natura umana. La nostra visione interiore occasionale diventa largamente inefficace.

3 – La terza reazione è quella dell’umiltà autentica, la sola che testimonia un reale rispetto per il maestro, la sola degna di un vero ricercatore spirituale, che consiste nel dare un’importanza uguale alle due facce dell’insegnamento, a riconoscerne le sue contraddizioni. Senza partito preso e senza discussioni capziose, questo uomo lavora tenacemente alla loro riconciliazione, non tanto in teoria , ma piuttosto nell’attualità e nel concreto della pratica quotidiana. E’ di questo precisamente che parleremo nel seguito di questo articolo.

Per cominciare, che cos’è la realizzazione del Sé ? Quale è, nella sua espressione più diretta, quella esperienza di cui si parla, in un modo molto paradossale, che è assolutamente accessibile e gratuita su semplice domanda e che ci costa un occhio della testa e che esige tutto ? Si tratta di vedere chiaramente che non sono il mio corpo, la mia mente, il mio passato, il mio futuro, le mie paure ecc. Voi lo avete detto : io non sono questo. Realizzare se stesso è percepire che in questo posto dove sono, non c’è niente che assomigli a una cosa, niente forma, niente limiti, nessun contenuto, ma unicamente quella indescrivibile Realtà che, molto inadeguatamente, chiamiamo Coscienza, dove io sono, oppure la Sorgente, oppure il Centro silenzioso di ogni cosa.

Il fatto che non è necessario nessun tempo per raggiungere l’Assenza/ Presenza che io sono, potrebbe portarmi a credere che questa realizzazione non richieda nessun lavoro, che non implichi alcun processo, che non si produca nulla che mi abbia reso capace di vedere il Sé. In un senso questo è vero ; in un altro senso è interamente falso. Questa visione che si porta verso il soggetto, pur essendo istantanea e semplice, implica necessariamente la rinuncia a tutte le cose con le quali ci siamo identificati, a tutte le cose. Non si tratta di quella forma ordinaria di abnegazione nel rinunciare al “cattivo“ per attaccarsi al “bene“. Non è questione di questa morte che, nel senso abituale del termine, segna il passaggio dalla materia organica alla inorganica. E’ uno spogliarsi totale ed una morte totale che mi fa discendere profondamente, molto al di sotto dell’ultimo atomo di materia , fino alla inesauribile Sorgente di Tutto.

Ora, di tutte le avventure quello spogliarsi, quella morte dai molteplici aspetti, quell’annullamento è l’impresa più difficile, la più terrificante e mortifera, che vogliamo riconoscerlo o no. Si  prova  difficilmente un terrore più grande di quello di scomparire senza lasciar traccia. Bisogna cercare in questo terrore (più o meno riconosciuto) la vera ragione per la quale tanti di noi non arrivano a prendere in considerazione e nemmeno a vedere le parole che proclamano la nostra illuminazione sempre presente. In queste condizioni, e non è da meravigliarsi, abbiamo una paura blu di ciò che potremmo scoprire volgendo il nostro sguardo, non più verso il mondo, ma verso colui che lo vede. Abbiamo un bel sapere che il terrore colpisce chi esita al limite dell’Abisso e che dopo avere scavalcato il terrificante limite, saremo liberati da ogni paura ; niente da fare. La maggioranza di noi si ritrae prontamente dal vuoto spaventoso che ha appena intravisto.

Ma certi sono spinti o sollevati da un vento favorevole che li porta al di là del confine. Quelli sono i beneficiari della Grazia di cui parla Ramana Maharshi. Che ne siano coscienti o no, sono pronti a sacrificare tutto per la Verità. Il tuffo che ci  attrae verso una morte certa e senza ritorno, non può che apparici nello stesso momento come estremamente facile e estremamente difficile. Sappiamo tutti in che senso è facile gettarsi nel vuoto dall’alto della torre Eiffel e in che senso è difficile. Il precipizio della nostra vera natura è molto simile. Il precipizio si vede chiaramente, è senza ritorno, molto vicino in effetti e forse affascinante. Basta un salto e passiamo al di sopra del limite : si va nell’Abisso senza il minimo sforzo. Ramana Maharshi ha dunque ragione di insistere dicendo da una parte che la Realizzazione di Sé non esige sforzo, che essa è nostra in ogni modo ; e d’altra parte che ci spoglia di tutto.

Ho numerosi amici che hanno superato il confine, che vedono chiaramente (o in ogni caso che sanno vedere quando lo vogliono) che il luogo che occupano è nei fatti non-occupato. E però, essi non hanno vissuto fin qui il terrore dell’Abisso e nemmeno l’agonia di una morte totale. Parlo di amici che hanno fatto la capriola, che sono caduti nel Vuoto con un minimo di sforzo, di resistenza o di paura, non appena gli fu loro indicato. Soggetti della Grazia divina, sicuramente ! Sono dei privilegiati, quelli per i quali la Realizzazione di Sé è pienamente accessibile, e che in più  si trovano dispensati da ogni pura, da ogni sforzo, di tutto o parte della “lotta dura e incessante” di cui parla Ramana Maharshi ?

No ! Nessuno supera il precipizio una volta per tutte, e nessuno muore per sempre. Si tratta  ancora e ancora di tuffarsi in quel Vuoto spaventoso ; e suppongo che alla fine dei conti o molto in fretta alla fine se non al principio, ciascuno debba vivere un’agonia e un terrore che non si lasciano né anticipare né descrivere. Paradossalmente, si potrà trovare nell’estrema paura il segreto di un’assoluta assenza di paura, e ciò non significa che la prova possa essere evitata o ridotta. Dubito più certamente ancora che si possa evitare o ridurre la disciplina che ci porta, momento per momento, attraverso i mesi, gli anni e i decenni, fino alla rinuncia completa. Dobbiamo attenerci ad una pratica senza remissione fin tanto che non ci resta sotto i piedi una pulce  di terra o un’ombra di supporto.

Il Maharshi insiste sulla necessità di stabilizzare la Realizzazione di Sé. E certamente c’è un mondo di differenza tra chi tiene costantemente presente la Verità e colui che la perde di vista la maggior parte del tempo. Comunque sia, l’Abisso è l’Abisso e il Vuoto ignora i gradi. Sperimentarlo per poco che sia, è sperimentarlo esattamente come tutti i Saggi l’hanno sperimentato, poco importa se lo sperimentatore ha poca pratica o se la sua esperienza è breve. Il Sé veglia su ciò che possa essere visto male, questa è la sua natura. E la sua natura è di essere sempre e totalmente accessibile. La fallibilità, le paure, i dubbi, gli accecamenti, della natura umana non saprebbe aspirare alla  perfezione di ciò che già siamo. Il Maharashi lo dice incessantemente : “l’ultima Verità è che non è questione di raggiungere il Sé, questo significherebbe che il Sé non è qui ed ora … Voi siete già il Sé. La Realizzazione è comune  a tutti … lo stesso dubbio Sono capace di realizzarmi ?, o il sentimento Non sono realizzato, ecco i veri ostacoli”.

Nonostante quelle parole incoraggianti, potete far valere a giusto titolo che la Grazia è indispensabile per permettervi di superare i vostri dubbi, portando alla vostra realizzazione sempre presente. Si, ma questa non è una scusa per restare lì, ben cosciente che il limite da superare, nella pigra attesa del colpetto della grazia divina – con la ferma speranza che non accadrà adesso ! Abbiate almeno il coraggio di gettare un’occhiata al di là del limite del mondo. Il Maharashi afferma : “E’ veramente come quando si guarda il  vuoto, fissamente.” Per il momento, nella vostra esperienza, non siete niente, assolutamente niente, tranne lo spazio vuoto in cui si presentano sul fondo del foglio questi caratteri di stampa ? Guardate e osservate se il Vuoto vi è accessibile o nascosto. Per scoprire se siete i felici beneficiari della Grazia divina, tutto il coraggio che vi occorre è volgere il vostro sguardo verso voi stessi, ora, senza pensieri, né pregiudizi, né immaginazioni, con l’apertura di un bambino piccolo.

Se vedete che mai vi siete trovati lì, in piedi  al confine del crinale disperante dello stato di cosa e dello stato umano, ma che voi siete sempre stati, siete e sarete sempre quel Vuoto immenso, l’Abisso di Sat-Chit-Ananda, allora voi non siete più semplicemente il beneficiario della Grazia. Voi siete la Grazia stessa. »


 

« Ramana Maharshi, la sua realizzazione di Sé e la sua accessibilità » : article de Douglas Harding paru dans la revue « 3° Millénaire » et traduit par Luciana Scalabrini.

 

Cordialement

 

A propos de Jean-Marc Thiabaud

Jean-Marc Thiabaud, 57 ans, marié, deux fils. La lecture de "La philosophie éternelle" d'Aldous Huxley m'oriente précocement sur le chemin de la recherche du Soi. Mon parcours intérieur emprunte d'abord la voie du yoga, puis celle de l'enseignement d'Arnaud Desjardins. La rencontre de Douglas Harding en 1993 me permet d'accéder à une évidence que je souhaite désormais partager.
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