La felicità eterna – Douglas Harding

« 3ème Millénaire : Qual è l’essenziale per voi oggi ? Cos’è oggi la cosa più importante da comunicare ?

Douglas Harding : Ci sono due cose che desidero molto dire. La prima è la meraviglia, lo sbalordimento che ci sia qualche cosa. Per parlare più direttamente, non dovrebbe esserci niente … perché alla fine è strano, vedere anormale che le cose esistano. Come può esserci qualsiasi cosa Che persino un elettrone  possa apparire sulla scena senza nessun aiuto, né ragione è inspiegabile. E pensate a chi è apparso. Pensate al mondo, alle galassie, alle stelle e ai pianeti, uomini, animali, donne, bambini, cellule, molecole, atomi, particelle … Sono sbalordito, sconvolto che ci sia qualsiasi cosa. E questo sbalordimento è gioia. Questo  mi fa porre sempre la domanda perché … Perché c’è qualcosa ? Ma non è una domanda a cui si può rispondere. E’ una domanda senza risposta. Trovare la risposta a questa domanda sarebbe una tragedia, un disastro per sempre, l’inferno della noia eterna, un’eternità di noia … Grazie a Dio, non si può trovare la risposta a questa domanda, ma bisogna farla … Per me e i miei amici che condividono questo meravigliarsi, fare questa domanda è una gioia. E’ perciò questo sublime sbalordimento che desidero condividere.

La seconda cosa che voglio condividere è molto diversa : è scoprire, il prezzo da pagare per avere un viso, ma anche il modo d’evitare di pagarne il prezzo. Certo, ho un viso umano, è un viso unico che non somiglia a quello di nessun’altro. Quando le persone vedono questo viso, mi riconoscono, mi salutano. I miei occhi, il mio naso, la mia barba formano un tutto unico. E ho bisogno di questo. Tutto  questo è “Douglas” … Ma c’è un prezzo da pagare, un prezzo molto alto. L’invecchiamento è la metà del prezzo. L’altra metà ha un prezzo ancora più alto è la morte. La decapitazione : si diventa vittime della ghigliottina. E’ un prezzo molto duro. Sono nato come Douglas e Douglas muore. Ciò che nasce muore. Non dico che lo si dovrebbe o potrebbe evitare. Dico che si dovrebbe conoscere il debito da pagare e accettare questo canone che è la morte.

Ciò che nasce muore.

Si, ma esiste un rimedio, una risposta , un modo di saldare quel debito, d’evitare l’esecuzione : non essere mai nati. Chi non è nato, non può morire. Chi non è, non può essere giustiziato.

Allora, guardo questo a partire da cosa guardo, invece di guardare là fuori … E questo a partire da ciò che guardo non esiste, è vuoto, una vacuità. Non c’è niente qui al centro di me stesso. Dunque quello non può morire. Tutte le cose là fuori muoiono, Douglas muore, grazie a Dio, ma questo qui, al centro di me stesso non può morire perché non è mai nato. Cosi’ il rimedio per la morte, è vedere dove la morte si pone. Io mantengo la morte là fuori. E qui al centro c’è la mia gioia eterna. Una vacuità assoluta, intensamente cosciente di se stessa, in quanto niente. Tutte le cose del mondo sommate le une alle altre non sono niente a paragone di questo niente qui. Capite ? E’ la libertà, la verità, la gioia raggiante.

Questa esperienza è la seconda cosa che desidero condividere finché è possibile.

Il sublime stupore che ci sia qualcosa e la vacuità raggiante al centro di noi stessi … dovremmo danzare di gioia prendendo coscienza della nostra divina ignoranza. »

« La felicità eterna » de Douglas Harding, paru dans le numéro 79 de la revue « 3ème Millénaire », a été traduit par Luciana Scalabrini.

 

Cordialement

 

NB : « quelque chose » en périphérie, composé de nombreuses strates, depuis la particule jusqu’à la galaxie en passant par « je suis humain », et « rien » au Centre, qu’il est aussi possible de nommer « Je Suis ».

La « carte » ci-dessus est bien utile pour Voir de quoi il retourne, mais il convient d’en faire l’expérience, d’incarner cet « autoportrait ».

A propos de Jean-Marc Thiabaud

Jean-Marc Thiabaud, 57 ans, marié, deux fils. La lecture de "La philosophie éternelle" d'Aldous Huxley m'oriente précocement sur le chemin de la recherche du Soi. Mon parcours intérieur emprunte d'abord la voie du yoga, puis celle de l'enseignement d'Arnaud Desjardins. La rencontre de Douglas Harding en 1993 me permet d'accéder à une évidence que je souhaite désormais partager.
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